Al Fmi s’arresta la sterzata liberal e socialdemocratica di Strauss-Kahn
Con Dominique Strauss-Kahn ancora in carcere e l’Amministrazione Obama che chiede esplicitamente di sostituirlo al vertice del Fondo monetario internazionale (Fmi), è già stabilito che il 26 e 27 maggio, alla riunione del G8 di Deauville in Francia, il Fondo monetario sarà rappresentato dall’attuale numero due dell’organizzazione, John Lipsky. Un americano cresciuto ai vertici della finanza a stelle e strisce (JP Morgan, Chase Manhattan Bank e Salomon Brothers), simbolicamente distante anni luce dalla svolta liberal e socialdemocratica che DSK ha impresso in questi anni al Fondo monetario.

Con Dominique Strauss-Kahn ancora in carcere e l’Amministrazione Obama che chiede esplicitamente di sostituirlo al vertice del Fondo monetario internazionale (Fmi), è già stabilito che il 26 e 27 maggio, alla riunione del G8 di Deauville in Francia, il Fondo monetario sarà rappresentato dall’attuale numero due dell’organizzazione, John Lipsky. Un americano cresciuto ai vertici della finanza a stelle e strisce (JP Morgan, Chase Manhattan Bank e Salomon Brothers), simbolicamente distante anni luce dalla svolta liberal e socialdemocratica che DSK ha impresso in questi anni al Fondo monetario. Sin dal settembre 2007, ovvero dal suo insediamento, il politico ed economista francese ha lavorato infatti per staccare dal Fondo monetario l’etichetta del “Washington consensus” con la quale i critici del Fondo avevano sintetizzato un mix di “politiche economiche neoliberali” sostenuto dall’organizzazione che ha sede nella capitale americana. Risultato: ora il Fondo monetario piace anche ai liberal.
Nel marzo scorso il premio Nobel Paul Krugman, editorialista del New York Times, ha sottolineato la “forza politica” di DSK, “tale da essere insolita per il Fondo monetario”, e ha spiegato: “Qualsiasi sia la spiegazione, mi piacciono i risultati: il Fondo monetario sta compiendo un lavoro di ricerca impressionante, fornendo una boccata d’aria fresca nei dibattiti di politica economica”. Nemmeno due settimane fa un altro premio Nobel per l’Economia, Joseph Stiglitz, autore del classico “La globalizzazione e i suoi oppositori”, lodava in un articolo ad hoc il nuovo corso del Fmi: “Sembra che un nuovo Fondo monetario sia gradualmente e cautamente emerso sotto la leadership di DSK”. Su un punto tutti gli osservatori concordano: il rinnovato protagonismo del Fmi dall’inizio della crisi. “Nel 2007, complice anche la gestione della crisi asiatica della fine degli anni 90, il Fondo era praticamente ininfluente – dice al Foglio Domenico Lombardi, analista della Brookings Institution – mentre dopo lo scoppio della crisi, e con l’istituzionalizzazione del G20, per la prima volta un direttore generale del Fondo è divenuto interlocutore e consulente privilegiato dei principali capi di stato”.
Ma anche la curvatura socialdemocratica della gestione di DSK è evidente, e gli europei lo dovrebbero sapere bene: “L’anno scorso, sul nascere della crisi debitoria greca, il Fondo monetario ha assunto una posizione particolarmente proattiva”, osserva Lombardi: “Il Fondo nel maggio 2010 si disse pronto a finanziare i meccanismi di salvataggio dell’Ue con un euro per ogni due euro stanziati dall’Europa. Si trattò di un impegno ex ante, decisamente fuori dall’ordinario per un’organizzazione che interviene soltanto su richiesta dei membri”. Ancora fino a qualche giorno fa Strauss-Kahn, contrastando i dubbi rigoristi della cancelliera tedesca Angela Merkel, si era detto pronto a rifinanziare i prestiti alla Grecia. A sentire gli analisti, dietro la svolta liberal del Fmi c’è in realtà un lavoro di squadra: DSK, infatti, nel 2008 ha voluto accanto a sé, come capoeconomista del Fmi, Olivier Blanchard, francese anche lui e tutt’altro che “neoliberista”; e poi Zhu Min, dal 2010 consigliere particolare di DSK, il primo economista cinese – con tanto di Banca centrale di Pechino nel curriculum – a rivestire un ruolo di primo piano nel Fondo. E questo per rimanere alle prime file.
Ma non è soltanto l’attivismo in Europa a far parlare di svolta: negli ultimi mesi diversi paper dell’istituzione hanno messo in discussione alcuni pilastri dell’ortodossia liberista. Blanchard ha sostenuto per esempio che una dose di inflazione maggiore al 2 per cento non è fatale all’economia di un paese, anzi; un altro rapporto ha smentito parecchi pregiudizi sui controlli dei movimenti di capitali alle frontiere; senza dimenticare che fino a qualche anno fa nessuno nell’organizzazione di Washington più odiata dai no global si sarebbe sognato di organizzare conferenze a braccetto con l’Ilo, l’Organizzazione internazionale del lavoro, o di studiare i legami tra macroecomia e global warming. Un filone, quest’ultimo, sul quale DSK sarebbe stato bloccato dallo stesso board del Fondo, forse pronto a una svolta ma non ancora disposto a fare la rivoluzione francese.